Nel 1940 Teresa ha sei anni. Una mattina di primavera, insieme ai genitori e agli altri cinque fratelli, s’imbarca su una nave in partenza da Venezia.
Cielo e mare sono tutto ciò che vedono nei sette giorni necessari per raggiungere la Libia.
Il padre Guglielmo, contadino di alcune terre in provincia di Verona, è stato convinto che laggiù, nella regione di Misrata, troverà fortuna.
«Ci hanno dato una bella casa, nuova, dentro tutto era bianchissimo. Ma dopo… dopo non c’è stato altro».
Per loro la meta è il Villaggio Garibaldi. A Guglielmo vengono assegnati un asino e un cavallo per lavorare i terreni, nella speranza di offrire un futuro migliore alla famiglia.
Ma da lì a poco, anche l’Italia entra in guerra. I due fratelli maggiori, entrambi ormai in età utile, vengono richiamati e spediti a combattere. La madre, incinta del loro settimo figlio, morirà poco dopo dandolo alla luce. È il sesto e ultimo fratello di Teresa.

Eppure, come spesso accade nell’assurdità della guerra, mentre il mondo è sconvolto dalle bombe, chi rimane continua a vivere una quotidianità surreale. Anche in Libia, i bambini frequentano la scuola e nei fabbricati creati per i coloni italiani, i forni producono pane a sufficienza per sfamare tutti.
Guglielmo però comprende presto di non poter badare a cinque figli da solo, così decide di trasferirne tre nelle colonie italiane. Il più piccolo, Zeno, verrà accudito e cresciuto in un istituto di suore a Napoli. Solo uno, il penultimo, resterà con lui in Libia per ancora quattro anni.
«Ricordo che i gendarmi sono venuti a prendermi con un camion militare. Io mi ero nascosta sotto il letto, non volevo. Non volevo andare. Gridavo, piangevo, ma loro mi hanno sollevata di forza e portato via».
Marche, Pesaro, poi Fiesso Umbertiano. Teresa e i fratelli vengono spostati in diverse colonie e infine separati.
Sarà la nonna materna ad andare a cercarli e a riprenderli. Riporterà loro, il padre e il fratello rimasto in Libia nella casa di famiglia, a San Valentino. I due fratelli maggiori, prigionieri di guerra in Inghilterra e in America, faranno ritorno al termine del conflitto.
Zeno invece tornerà a casa solo all’età di dieci anni. Una mattina del 1950, due suore suoneranno alla porta con due bambini al seguito.
«Mi ricordo che sono arrivate davanti a casa nostra e mi hanno detto: “Uno dei due è tuo fratello”. Mi avevano mandato una fotografia di lui durante una recita e sono riuscita a riconoscerlo solo grazie a quella».
Teresa completa la scuola elementare nel suo paese natale. Mi confida che avrebbe voluto uscire, lavorare e guadagnare denaro in un cotonificio, ma a quel tempo, in una casa composta da soli uomini, a lei, unica donna, non era permesso. A lei spettava la gestione della casa e la cura di tutti i fratelli. Degli altri, alla fine, si è occupata una vita intera.
Di tutto ciò che la guerra toglie, ce n’è una che resta. La memoria. E non importa quanto tempo sia trascorso, le parole risuonano come fatti appena successi.
Le chiedo se c’è qualcosa che ancora ricorda dopo tutti questi anni.
«La sabbia della Libia. Un vento di sabbia fortissimo, che entrava negli occhi e non faceva vedere più niente. E poi le bombe, quelle durante il periodo in colonia. Quando l’allarme suonava, andavamo tutti a nasconderci nelle cantine. A terra c’erano dei materassi e ci sdraiavamo sopra. Si sentivano i muri tremare, ma si restava lì. Fino a quando l’allarme cessava».
Oggi Teresa ha più di novant’anni e vive nella sua casa tra i colli veronesi. Ogni tanto – dice – le capita ancora di canticchiare dei versi imparati quando la fine della guerra era ormai vicina.
“Mussolini si credeva per noi una cuccagna
allearsi per la vita insieme alla Germania.
Allearsi con quell’Hitler, bestiale sfrutattor,
in tutta quanta Europa ha portato il terror”.